Da quando ho scoperto la plusdotazione in età adulta ho iniziato ad osservare il mondo intorno a me diversamente. Inclusi film e serie TV.
Considerando quanto poco si parli degli adulti plusdotati e quanto spesso la ricerca si concentri sull’infanzia, non mi aspettavo di trovare molte rappresentazioni realistiche delle difficoltà che affrontiamo fuori dai contesti psicologici o educativi. Quando cerchiamo i plusdotati sullo schermo, la narrazione mainstream tende a perdersi nei soliti cliché.
E infatti non mi sono ritrovata nei personaggi esplicitamente geniali, nei bambini prodigio con QI da manuale. In quelli che risolvono equazioni a sei anni e frequentano l’università a dodici.
Mi sono ritrovata in personaggi caotici, irregolari, brillanti in modo intermittente, spesso fuori posto. Personaggi che non sono mai davvero la rappresentazione ufficiale della plusdotazione, ma che finiscono per diventarlo nell’immaginario di molte persone.
Forse è proprio questo a creare un ulteriore divario tra la realtà vissuta dagli adulti plusdotati e l’idea che la società ha di loro. Perché il problema non è che film e serie TV raccontino male la plusdotazione, ma che, a volte, guardano nella direzione sbagliata.
I personaggi che mi hanno fatto sentire meno fuori posto (e nessuno di loro era un genio)
Da un lato abbiamo l’universo più “classico” del genio sociale funzionale, come in Suits. Personaggi iper-competenti, rapidissimi nell’elaborazione delle informazioni, capaci di collegamenti logici fuori scala. Qui l’intelligenza è un vantaggio competitivo, quasi sempre lineare: più sei brillante, più vinci.
Dall’altro lato c’è Shawn Spencer nella serie tv Psych. E qui la faccenda si complica, regalandoci uno dei ritratti più atipici di plusdotati sullo schermo.
Shawn non entra mai davvero nello schema del “genio ordinato”. È intuitivo, velocissimo, osserva dettagli che gli altri ignorano, ma allo stesso tempo è impulsivo, disorganizzato, insofferente alle regole e profondamente allergico alla routine. Soprattutto, fatica a rimanere dentro un sistema che richiede continuità, disciplina e prevedibilità.
Shawn mi ha sempre fatto riflettere su una domanda, e se il punto non fosse “quanto sei intelligente”, ma “quanto il tuo modo di funzionare è compatibile con il mondo neurotipico”?
Shawn Spencer in un mondo di Carlton Lassiter
Se sei un adulto plusdotato a non ti è capitato di vedere Psych, vedilo e poi scrivimi. Se lo hai già visto invece, anche tu hai riconosciuto qualcosa in Shawn Spencer più che in Carlton Lassiter?
E non perché vogliamo fingerci consulenti di polizia con capacità deduttive fuori norma, ma per un insieme molto più quotidiano di caratteristiche:
- Noia rapida nei contesti ripetitivi
- Difficoltà con le regole percepite come arbitrarie
- Bisogno costante di stimoli nuovi
- Pensiero associativo veloce, a volte caotico
- Forte intuizione, difficile da spiegare agli altri
- Alternanza tra prestazioni brillanti e disconnessione totale.
In altre parole: non il genio sempre performante, ma il cervello che funziona per picchi, connessioni e intuizioni, e che fatica a stare dentro strutture troppo rigide.
E forse è proprio questo che rende Psych così riconoscibile per alcuni: non mostra l’intelligenza come superpotere, ma come qualcosa che deve continuamente negoziare con il contesto sociale.

Sheldon Cooper: il riferimento… o il malinteso?
A questo punto entra in scena lui: il bambino prodigio per eccellenza.
Nel mondo delle serie e dei film, quando la plusdotazione è esplicita, tende quasi sempre a comparire nella forma di un bambino. Geniali, precoci, spesso isolati, con adulti che devono decidere cosa fare del loro talento straordinario.
È una narrazione potente, ma anche limitante.
Perché lascia implicita l’idea che la plusdotazione sia qualcosa che si manifesta presto, si riconosce facilmente e si gestisce dall’esterno. Nella realtà, molte persone arrivano a riconoscersi plusdotate molto più tardi, spesso da adulte, quando il confronto non è più con la scuola ma con il lavoro, le relazioni, il funzionamento quotidiano.
Young Sheldon è probabilmente una delle rappresentazioni più popolari dell’alto potenziale cognitivo. Intelligenza precoce, rigidità comportamentale, difficoltà sociali, interessi ristretti e profondi.
Il problema non è che questa rappresentazione sia sbagliata, ma che che è spesso parziale, soprattutto per il mondo degli adulti.
Il riconoscimento non avviene non perché non abbiano avuto difficoltà, ma perché la plusdotazione raramente si manifesta in modo così lineare e riconoscibile lungo tutta la vita. Crescendo, entrano in gioco variabili molto meno cinematografiche: adattamento sociale, masking, strategie di compensazione, esperienze relazionali complesse.
E soprattutto non tutti sono “piccoli Sheldon diventati grandi Sheldon”. Molti sono qualcosa di molto meno ordinato.

… E poi arriva Ciuchino
A un certo punto del discorso, qualcuno dovrebbe citare Ciuchino.
Sì, proprio lui.
Ciuchino
Lo so. Non è il personaggio che vi aspettavate di trovare in un articolo sulla plusdotazione.
Non è un genio, non ha una memoria fotografica, non risolve casi della polizia e non frequenta l’università a dieci anni.
Riguardando Shrek da adulta, mi sono resa conto che Ciuchino passa gran parte del film cercando di creare una connessione con qualcuno che continua a respingerlo. Non perché sia cattivo. Non perché sia sbagliato.
Ma perché il suo modo di stare al mondo non coincide con quello degli altri. E credo che molte persone plusdotate conoscano bene quella sensazione: non quella di essere superiori, ma quella di essere disallineate.
Come se il problema non fosse chi sei, ma il fatto che il tuo ritmo non coincida con quello del resto del gruppo.
Perché Ciuchino è costantemente “troppo”. Troppo presente. Troppo entusiasta. Troppo chiacchierone. Troppo emotivo. Troppo curioso. Troppo intenso. In un mondo che sembra apprezzare soprattutto chi riesce a essere quanto basta, lui occupa spazio. A volte senza rendersene conto.
E credo che molte persone plusdotate conoscano quella sensazione. Non necessariamente quella di essere le più intelligenti nella stanza. Piuttosto quella di percepire tutto con un volume leggermente più alto degli altri.
Emozioni più intense. Curiosità più intensa. Entusiasmo più intenso. Delusioni più intense.
E spesso la sensazione che il problema non sia ciò che provi, ma quanto lo provi. Per gran parte della mia vita ho pensato che il mio obiettivo fosse imparare a essere meno Ciuchino.
Oggi mi chiedo se non avrei avuto bisogno, invece, di incontrare più persone come lui. E se la sensazione di diversità non derivasse solo dall’intelligenza, ma dall’intensità con cui si vive tutto?
Ma quindi c’è posto anche per me?
Quasi tutte le rappresentazioni cinematografiche condividono alcuni stereotipi impliciti:
- Il genio è sempre brillante
- Il genio è sempre evidente
- Il genio ha sempre un talento dominante
- Il genio, prima o poi, si sistema.
Ma la realtà adulta della plusdotazione è spesso molto meno lineare.
Non sempre è brillantezza costante. A volte è iperattività mentale. A volte è blocco. A volte è sovraccarico.
A volte è una combinazione delle tre cose nello stesso pomeriggio. E soprattutto, raramente è visibile dall’esterno come genialità. Forse la domanda non è se un personaggio lo sia o meno.
La domanda più utile è: cosa ci fa sentire quel personaggio quando lo guardiamo?
Perché a volte non è l’intelligenza a creare identificazione, ma il disallineamento. Non la performance, ma il modo in cui si sta nel mondo. E forse è per questo che una frase detta distrattamente davanti alla TV può diventare più rivelatrice di molte definizioni: “Questo personaggio sono io.”
Perché, per un attimo, qualcuno sullo schermo sembra (non) funzionare nello stesso modo in cui (non) funziona la nostra mente.
Tu hai altri esempi da condividere? Confrontiamoci qui sotto: il blog è uno spazio sicuro per parlarne insieme.
